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Simona Baseggio

Atti emessi dagli Enti Locali prodotti da sistemi informativi automatizzati e firmati a stampa ex art.1 co.87 L. 549 del 28/12/1995: possibili vizi ricorrenti.

Esamina i vizi comuni negli atti degli enti locali generati da sistemi informativi automatizzati e firmati a stampa, secondo l'art. 1 co. 87 L. 549 del 28/12/1995. Scopri le possibili soluzioni legali.

Gli atti emessi dalla maggioranza degli Enti Locali vengono firmati “a stampa”, ossia con la sola indicazione dattiloscritta del nome e cognome del soggetto responsabile. Tale modalità di firma è disposta dall’art.1 co.87 L. 549 del 28/12/1995 al ricorrere di determinati presupposti. Nel presente approfondimento ci si interroga sulla legittimità di molti di questi atti, in termini di difetto sia di motivazione, che di firma.

L’attenzione a questo tema nasce dall’aver verificato che la stragrande maggioranza di questi atti non presentano i requisiti richiesti affinché la firma a stampa sia idonea a sostituire quella autografa, creando così il presupposto per un’impugnazione finalizzata alla richiesta di annullamento dell’atto.

La sostanza delle eccezioni pregiudiziali

I vizi propri degli atti impositivi tributari riguardano violazioni di norme imperative che rendono tali atti “illegittimi”, in quanto mancanti di requisiti sostanziali alla corretta formazione dell’atto stesso. È bene ricordare che per ottenere l’annullamento di questi atti “viziati” è sempre necessaria un’impugnazione, indipendentemente dalla gravità del vizio, e quindi indipendentemente dalla conseguente classificazione dell’atto come “giuridicamente inesistente”, “nullo” o “annullabile”. Non bisogna confondere tali casi, infatti, con la classificazione “civilistico-privatistica” della nullità, dal momento che questi atti, pur viziati, saranno sempre in origine idonei a produrre effetti nella sfera giuridica del destinatario, se tali vizi non vengono tempestivamente dedotti dal ricorrente in giudizio per ottenerne una sentenza di annullamento.

Un difetto di firma, di motivazione o di notifica, va sempre eccepito nei motivi fin dalla redazione del ricorso introduttivo, entro il termine decadenziale di proposizione dello stesso; non è infatti ipotizzabile che tali vizi siano rilevabili d’ufficio dal giudice senza una specifica impugnazione, e non possono parimenti essere eccepiti da un terzo che ne avesse interesse. Ne consegue che l’azione non può certo essere considerata imprescrittibile, come invece accade nel caso di vizi di nullità in senso “privatistico”.

Sarebbe interessante approfondire per quale motivo nel processo tributario le eccezioni pregiudiziali, e non di merito, tendano, di fatto, ad essere scarsamente prese in considerazione dall’organo giudicante, specialmente nei primi due gradi di giudizio. Si rileva questa “poca attenzione” già nei riassunti dei relatori durante le pubbliche udienze, oltre che nelle spesso carenti motivazioni in sentenza su tali questioni, quando, nella migliore delle ipotesi, si leggono decisioni di rigetto di poche parole o, se più lunghe, frutto di copia-incolla di sentenze di legittimità a sfavore del contribuente.

Si è così venuta creando una sorta di “corrente” anche tra i difensori che considerano poco dignitosa una difesa che si ostini a far valere le proprie ragioni insistendo su eccezioni pregiudiziali apparentemente di forma.

In queste righe, si vuole invece tentare di “riabilitare” questo tipo di doglianze, elevandole alla dignità che è loro propria, e che si dimostrerà, nel caso in esame, derivare da problematiche relegate ad aspetti tutt’altro che formali della formazione dell’atto. Aspetti di sostanza che toccano principi e diritti di rango Costituzionale, come il principio di trasparenza della Pubblica Amministrazione e il diritto alla difesa.

Le regole processuali esistono perché non potrebbe essere immaginato un processo che ne sia privo. Prova ne è che quando queste sono a favore del fisco nessuno inorridisce di fronte all’intransigenza dei giudici (non appare strano che un giudice, a fronte di un ricorso notificato il 61esimo giorno dalla notifica dell’atto impugnato, non ritenga che la fondatezza del merito possa essere in grado di giustificare una sentenza a favore del contribuente). Ugualmente, sarebbe opportuno che i giudici non dedicassero così poca attenzione alle eccezioni pregiudiziali (ovvero non ne saltassero completamente la lettura) quando queste sono a favore del contribuente.

Ci si potrebbe dilungare sul perché sia radicato questo modus operandi nel processo tributario, e se la colpa sia da attribuirsi più a quei difensori che scrivono moltitudini di pagine di eccezioni sui vizi formali sperando che tra tanti colpi sparati a caso qualcuno prima o poi vada a segno, indisponendo i giudici che non vogliono regalare la loro attenzione a dei copia-incolla del tutto inconferenti, o a giudici non sempre motivati a svolgere bene un lavoro delicatissimo.

Probabilmente le motivazioni sono ancora più profonde.

Certo è che molte regole processuali, se non tutte, nascono da un’esigenza di “sostanza” e spesso alcuni difetti di forma, come nel caso che si vuole esaminare, manifestano le loro conseguenze nella sostanza della pretesa.

Firma a stampa: la ratio della norma

L’individuazione del soggetto che ha l’onere di firmare gli atti è disposta ai sensi dell’art.1 comma 162 L.27/12/2006 n.296, secondo cui “gli avvisi sono sottoscritti dal funzionario designato dall’ente locale per la gestione del tributo”.

La norma citata si riferisce ad una qualsiasi firma, in primis quella autografa, ma, ai sensi dell’art.1 comma 87 L.28/12/95 n.549, al ricorrere di determinati presupposti, questa è sostituita dalla firma a stampa, ossia con la sola indicazione dattiloscritta del nome e cognome del designato.

Tale articolo di legge dispone:

“La firma autografa prevista dalle norme che disciplinano i tributi regionali e locali sugli atti di liquidazione e di accertamento è sostituita dall’indicazione a stampa del nominativo del soggetto responsabile, nel caso che gli atti medesimi siano prodotti da sistemi informativi automatizzati. Il nominativo del funzionario responsabile per l’emanazione degli atti in questione, nonché la fonte dei dati, devono essere indicati in un apposito provvedimento di livello dirigenziale.”

Appare chiaro che gli interessi che il legislatore vuole contemperare siano da un lato quello dell’amministrazione nella sua esigenza di poter produrre in modo automatizzato, e quindi massivo, una certa tipologia di atti, senza doverli “controllare” uno ad uno e firmare con sottoscrizione autografa del responsabile, dall’altro quello dei contribuenti che hanno il diritto che questi atti siano ragionevolmente fondati (ossia l’esigenza che non si verifichi un’ondata di atti “ingiusti” in balia di computer mal programmati). Si tornerà in seguito a fare alcune considerazioni su questo aspetto.

La firma a stampa: un obbligo o una facoltà?

Pare opportuno andare ad approfondire se la previsione della firma a stampa sia classificabile come un obbligo o come una facoltà. La lettera della norma prevede che “la firma autografa… è sostituita dall’indicazione a stampa…”. Non dispone, infatti, come forse ci si potrebbe aspettare, “…può essere sostituita…” ma “…è sostituita…”.

Questa indicazione, in un’interpretazione letterale, fa inevitabilmente pensare alla previsione di una sostituzione obbligatoria della tipologia di firma nel caso di atto prodotto da sistemi informativi automatizzati. La disposizione sembrerebbe perentoria.

Di contro, se da questo venisse dedotto che, nel caso in cui fosse prodotto da sistemi informativi automatizzati e firmato con firma autografa, l’atto non sarebbe legittimo, arriveremmo probabilmente ad un assurdo interpretativo dal punto di vista sistematico.

Laddove, infatti, la ratio della norma sembra voler dare la possibilità all’Ufficio di emettere atti, a determinate condizioni, senza l’aggravio di doverli firmare singolarmente in modo autografo, vanificando l’efficienza informatica, pare assurdo che, qualora l’Ufficio compisse questo “sforzo”, l’atto possa subirne una qualche illegittimità.

È possibile trovare una coerenza tra l’interpretazione letterale e quella sistematica? O si deve pensare che ne prevalga una sull’altra?

La ricerca di questa coerenza tra le due interpretazioni è certamente la strada di un corretto ragionamento, in quanto quella letterale non potrebbe essere secondaria a quella sistematica, e l’assurdo conclusivo sarebbe difficile da evitare.

La soluzione è da rinvenirsi nella definizione stessa del concetto di atto “prodotto da sistemi informativi automatizzati”. Questo tipo di atti sono da considerarsi interamente formatesi nel cervello del computer, dall’inizio alla fine, e già perfetti prima della loro stampa, digitale o cartacea. Questo vuol dire che la firma a stampa è anch’essa un elemento che concorre alla formazione dell’atto nel procedimento informatico automatizzato, certamente prima della eventuale stampa cartacea, e l’apposizione di una firma autografa, dovendosi concretizzare successivamente alla formazione dell’atto internamente al sistema informatico, toglierebbe ad esso il requisito di “atto prodotto da sistemi informativi automatizzati” poiché non interamente perfezionato all’interno del sistema informatico. Con la conseguente insussumibilità alla fattispecie generale della norma in esame.

È quindi da concludersi che la firma a stampa, nel caso di atti emessi da Enti Locali e prodotti da sistemi informativi automatizzati, sia un obbligo e non una facoltà, e l’apposizione di una firma autografa non renda l’atto illegittimo, ma lo sottragga dalla classificazione di “atto prodotto da sistemi informativi automatizzati”.

Primo requisito: atti “prodotti da sistemi informativi automatizzati”.

Il primo requisito necessario perché si possa o, meglio, si debba utilizzare la firma a stampa sugli atti emessi da un Ente Locale, è che questi siano prodotti da “sistemi informativi automatizzati”.

La norma non definisce oltre cosa rientri nel confine di questa classificazione, ed è necessario soffermarsi sul motivo di questa previsione. Firmare “a stampa” priva il singolo atto di un intervento “umano” nella formazione dello stesso, e questo per andare incontro alle esigenze di emissione di atti con procedure di massa, ossia con procedure di formazione comune, che possono essere – e sono – efficientate grazie agli automatismi informatici, senza poi dover dare ad un soggetto responsabile del procedimento l’onere di “ricontrollarli” e dimostrare tale controllo con una firma autografa.

Nell’espressione “automatizzati” sembra chiaro che la formazione del singolo atto avvenga in assenza di intervento umano, ossia sulla base di informazioni presenti in uno o più database informatici e sulla base di procedure di calcolo e incrocio di dati del tutto demandate alla macchina. Non vi è alcun funzionario a ragionare sull’esattezza dei calcoli fatti dal computer, o sulla correttezza del ragionamento circa l’idoneità del caso concreto di essere oggetto di accertamento. In altre parole, per essere atti “prodotti da sistemi informativi automatizzati”, non deve intervenire la ragione umana nella singola procedura, nel singolo atto, ma, come vedremo, sarà fondamentale, anzi necessario, che intervenga ex ante, in via generale, per dare le regole al sistema informatico e  impostare le modalità di formazione automatica di una pluralità di atti. 

La motivazione: come può un computer motivare adeguatamente un atto?

Con l’art.1 comma 161 L.27/12/2006 n.296, il legislatore dispone che gli Enti procedano notificando “un apposito avviso motivato”. La norma non si esprime in alcun modo circa l’adeguatezza di tale motivazione, ma si ritiene necessario che la motivazione debba essere sufficiente ad assicurare che sia garantito il diritto di difesa al contribuente.

In altre parole, non si potrà certo relegare l’assolvimento di tale onere ad un profilo squisitamente formale secondo il quale esista una sezione dell’atto titolata “motivazione” e indipendente dall’effettiva funzione svolta da tale indicazione. Anzi, pare più corretto dedurre che l’obbligo di motivazione possa essere assolto senza un’indicazione specifica di un paragrafo così titolato, ma comunque con la presenza di tutti quegli elementi ed informazioni che possano rendere edotto il destinatario circa la precisa spiegazione della pretesa.

È quindi lecito concludere che la motivazione debba essere non solo “formalmente presente”, ma “sostanziale”, ossia adeguata a far comprendere al contribuente perché gli vengano richieste alcune somme e quindi adeguata a fornirgli gli elementi (in fatto ed in diritto) per eventualmente contestare la pretesa.

Il possibile vizio di motivazione merita certamente un approfondimento in riferimento a questa tipologia di atti, visto il pericolo di “standardizzazione” collegato alla “delega” della loro formazione ad un automatismo computerizzato.

Gli atti prodotti da sistemi informativi automatizzati si sostanziano per lo più in calcoli della pretesa derivanti dall’indicazione di una base impositiva ed un’aliquota, da cui discende un dovuto lordo a cui viene sottratto il corrisposto aumentato di interessi e sanzioni, per giungere all’indicazione dell’importo richiesto. La motivazione dell’imposizione è in generale ridotta a poche righe nelle quali si elencano numero e data delle norme di riferimento che disciplinano il tributo, in egual testo per tutti gli atti. Non vi è quasi mai ulteriore indicazione circa il motivo del calcolo, del disconoscimento di esenzioni esistenti, della eventuale rettifica di informazioni fornite dal contribuente in fase dichiarativa ecc… Questa mancanza è resa ancora più evidente quando le differenze nascono da un disconoscimento di esenzioni o agevolazioni correttamente comunicate dal contribuente all’Ente Locale (come nel caso di dichiarazioni IMU) a fronte delle quali l’Ente si limita a calcolare l’imposta piena senza fare riferimento alcuno al motivo di disconoscimento dei dati ricevuti. In altri termini, pare non esserci mai un algoritmo che, sulla base dei dati, proceda a formare una motivazione sì standardizzata, ma adatta a quella particolare tipologia di casistica; al contrario, sembra previsto un testo identico per tutti gli atti, e quindi necessariamente generico.

Come è possibile che la motivazione di migliaia di accertamenti, identica per tutti gli atti, possa considerarsi idonea a soddisfare il requisito necessario affinché l’atto sia legittimo? E, al contrario, potrebbe essere possibile immaginare che un computer riesca a motivare specificatamente i singoli atti senza l’intervento di un ragionamento umano per ogni singola casistica?

Prevedere tipologie specifiche di motivazione, pur se automatizzate, si ritiene essere non solo possibile, ma anche necessario per garantire al contribuente un diritto sostanziale alla difesa.

Se si assume che l’atto possa essere emesso da un computer, senza alti margini di errore, (e questo si ipotizza per certo, poiché altrimenti tale procedura sarebbe impercorribile) significa che è possibile “istruire” quel computer alle casistiche per le quali è necessario rilevare una maggiore imposta dovuta. Queste casistiche avranno ovviamente delle basi normative specifiche, non generiche, e possono essere facilmente standardizzate in un certo numero (fosse anche elevato numero) di vari motivi diversi che si dovrebbe fare apparire nell’atto.

Volendo semplificare con degli esempi, se è possibile istruire un computer a verificare (su determinate banche dati) se il contribuente è residente all’indirizzo dell’abitazione per la quale vuole godere di vantaggi fiscali da “prima casa”, in caso di non corrispondenza e, quindi, di non spettanza dell’agevolazione, si può anche istruire quel computer a scrivere nella motivazione dell’accertamento una frase che richiami il fatto che è stata rilevata una maggiore imposta poiché il contribuente non risulta residente nella abitazione dichiarata come principale. E così via per i numerosi casi in cui venga segnalata una differenza di imposizione.

Chiarito questo, dovrebbe essere pacifico che tutte queste istruzioni (o algoritmi), utilizzate dai sistemi informativi automatizzati, e le banche dati che devono essere interrogate dal computer o che riversano attivamente le proprie informazioni nel sistema informatico dell’Ente, devono necessariamente essere state selezionate ed individuate da un cervello umano per essere poi messe a disposizione della macchina.

Di seguito verrà chiarito che questo particolare non è sfuggito al legislatore che anzi ne fa un passaggio chiave nel secondo requisito necessario affinché la firma a stampa sia legittima.

Secondo requisito: esistenza di una determina dirigenziale che indichi il funzionario responsabile e “la fonte dei dati”

La seconda condizione imposta dall’ art.1 comma 87 L.28/12/95 n.549 per consentire la firma a stampa, è che esista un provvedimento di livello dirigenziale che indichi il nominativo del funzionario responsabile per l’emanazione degli atti in questione, nonché la fonte dei dati.

La prima parte di questa previsione, quindi, chiarisce come non sia sufficiente la normale delega generale al soggetto responsabile del tributo, ma è necessario uno specifico provvedimento dirigenziale che autorizzi tale funzionario alla firma a stampa degli atti prodotti da sistemi informativi automatizzati. In assenza di tale delega, infatti, la Cassazione si è già più volte espressa circa l’invalidità della firma con conseguente annullamento dell’atto viziato (Cass. n. 9079 6736 del 2015). La giurisprudenza di legittimità ha anche più volte ribadito che il nominativo del funzionario responsabile va individuato, a garanzia del contribuente e della trasparenza dell’azione amministrativa, con apposito provvedimento di livello dirigenziale (Cass. n. 25293 del 9 ottobre 2019 e n. 20628 del 31 agosto 2017).

È altresì da ricordare che, una volta eccepita dal ricorrente l’assenza di delega per la firma a stampa, è onere dell’ufficio produrre in giudizio copia della delega per provare che esista e che sia idonea ad assolvere alla previsione dell’art.1 comma 87 Legge 28/12/1995 n.549 (Cass. nn. 27873 27871, 24317, 24316, 5200/2018, CTR LAZIO, Sezione 11, Sentenza 27 maggio 2020 n. 1315).

Pare evidente che tale documento di livello dirigenziale debba essere datato precedentemente alla data di emissione dell’atto impositivo, vista la necessità di rendere la firma valida alla data di formazione del provvedimento stesso.

Esiste un secondo elemento che la norma vuole sia presente nel provvedimento dirigenziale di delega alla firma a stampa, e raramente dottrina e giurisprudenza, oltre che i difensori, vi hanno prestato attenzione: la necessaria indicazione della “fonte dei dati”. Ad oggi abbiamo solo giudizi pendenti (in Cassazione) su eccezioni circa l’assenza dell’indicazione della fonte dei dati in questi provvedimenti e non sembrano esistere, ancora, sentenze che si esprimano sul punto.

Ma cosa si intende per “fonte dei dati”?

Tornando alla ratio della norma si può facilmente dedurre che il legislatore abbia voluto contemperare l’esigenza dell’Ente Locale di automatizzare il processo di produzione degli atti, e quindi l’esigenza di eliminare l’intervento umano nella formazione di ogni singolo atto, e l’esigenza di trasparenza circa quali dati siano a disposizione del sistema informatico per garantire pretese fondate.

In questa previsione, si evince la volontà del legislatore di traslare il momento del necessario intervento del ragionamento umano nella formazione degli atti impositivi anticipandolo al momento della decisione circa il funzionamento del sistema informatico. La necessità di individuare ufficialmente quale sia “la fonte dei dati” da cui il sistema prende le informazioni utili ai calcoli della pretesa, sembra rispondere alla volontà di garantire al contribuente che sia chiara e trasparente la ragionevolezza dell’algoritmo utilizzato e soprattutto che le informazioni a disposizione della procedura siano sufficienti a perfezionare atti ragionevolmente fondati.

In altre parole, se la mente umana può intervenire nella formazione dell’atto, è necessario che sia intervenuta precedentemente, nella creazione della procedura da delegare al computer.

Se, per esempio, gli atti da emettere tramite sistemi informativi automatizzati comprendessero gli accertamenti dell’IMU, tra le fonti dei dati indicate nel provvedimento di livello dirigenziale, dovranno necessariamente essere previste la banca dati dell’anagrafe comunale, i dati del catasto immobiliare, i dati circa i contratti di locazione agevolati, i dati presenti nelle dichiarazioni IMU dei contribuenti, ecc… L’assenza di tali dati, infatti, impedirebbe ad un computer di poter correttamente prendere in considerazione tutte le informazioni necessarie ad una corretta analisi e calcolo prima dell’elaborazione dell’eventuale atto, rischiando di incorrere in errori che non sarebbero al vaglio di alcun controllore prima dell’invio al contribuente.

Questo dimostra quanto il legislatore abbia previsto una disposizione orientata a garantire i contribuenti circa la trasparenza e ragionevolezza del processo informatico, evidenziando quindi finalità sostanziali più che formali.

Strategie difensive

Gli atti firmati a stampa recano solitamente la dicitura (sotto l’indicazione del nome e cognome del funzionario responsabile) “Firma a stampa ex art.1 comma 87 L.28/12/95 n.549”. A volte di seguito a tale indicazione viene aggiunto il riferimento al numero e data della determina dirigenziale che autorizza la firma.

Quando l’atto è firmato a stampa è bene andare a verificare tutti i requisiti necessari per rendere tale firma idonea a sostituire quella autografa (o digitale).

Il primo passo è verificare l’esistenza del provvedimento di livello dirigenziale previsto dalla norma. Se sono indicati gli estremi dello stesso nell’atto (ma non è allegato) solitamente tramite una ricerca sul sito internet dell’Ente Locale è possibile reperirlo. Se non si conoscono gli estremi è molto più difficile trovarlo in autonomia, e servirà probabilmente fare una formale richiesta all’Ente (anche via pec) richiedendo “il provvedimento dirigenziale che autorizza la firma a stampa del dott…… (nome funzionario firmatario) ex art.1 comma 87 L.28/12/95 n.549”. In questo caso spesso le tempistiche di risposta non sono velocissime ed è per questo che è bene inviare la richiesta il prima possibile dopo la ricezione dell’atto impositivo. È bene specificare sempre, come nell’esempio riportato, che la richiesta si riferisce specificatamente alla delega per firma a stampa richiamando la legge corrispondente.

Alcuni difensori preferiscono non cercare il provvedimento, ma eccepirne genericamente l’inesistenza o il vizio e richiedere in ricorso al giudice che l’amministrazione ne produca copia, dal momento che l’eventuale mancata produzione potrebbe essere sufficiente a fare annullare l’atto anche nei casi in cui la determina dirigenziale fosse effettivamente esistente e ben redatta. Ovviamente questa è la strada da percorrere nel caso in cui non si riesca a reperire tale documento nei termini per proporre ricorso, ma il consiglio generale resta quello di acquisirla e produrla in giudizio come allegato al ricorso o con deposito successivo, poiché questi provvedimenti raramente rispondono ai requisiti normativamente richiesti, e la forza di una difesa che mostra il documento e lo contesta è forse maggiore di quella che ne richiede la produzione a controparte sperando che il documento non venga presentato.

Se la determina è inesistente è stato chiarito che la firma a stampa non è idonea a sostituire quella autografa ed il difensore potrà eccepire il vizio di firma e richiedere l’annullamento dell’atto illegittimo. Non basta una qualsiasi delega a responsabile del tributo e firmare gli atti ad esso riguardanti, ma occorre un provvedimento specifico.

Se il provvedimento esiste, sarà opportuno verificarne il contenuto. Il nome del funzionario responsabile è solitamente indicato chiaramente. Il punto che invece manca quasi sempre è l’indicazione della fonte dei dati. La domanda è: questa mancanza può causare l’invalidità della firma a stampa con conseguente illegittimità dell’atto che, se impugnato per tale motivo, potrà essere annullato da una sentenza? Alla luce delle considerazioni fatte, la trasparenza delle fonti dalle quali il sistema informatico prende le informazioni necessarie all’emissione degli atti impositivi è requisito fondamentale per realizzare l’intenzione del legislatore di contemperare gli interessi del contribuente e quelli dell’ufficio, assicurando così la presenza di un opportuno controllo umano ex ante, avendo concesso di toglierlo nella creazione del singolo atto. La mancanza di tale indicazione, quindi, si ritiene possa essere motivo di impugnazione per difetto di firma, con la conseguente richiesta di annullamento dell’atto impositivo ricevuto.

In ultimo, è bene che il difensore controlli la motivazione presente in atto. Troppo spesso appaiono poche parole, nella migliore delle ipotesi poche righe, del tutto generiche, che riportano esclusivamente il riferimento normativo generale del tributo in esame, e senza alcuna specifica nota circa il motivo che ha fatto scaturire l’accertamento, lasciando spesso al contribuente l’unica soluzione di fare ipotesi o chiedere direttamente informazioni all’organo accertatore.

Nel caso in cui invece la motivazione sia specifica bisognerà controllare che sia effettivamente stata prodotta da sistemi informativi automatizzati. Potrebbe capitare che l’ufficio dell’Ente che ha emesso l’atto faccia delle verifiche randomiche sugli atti emessi, oppure su quelli che il sistema segnala con particolari caratteristiche, al fine di “correggere” il singolo atto prima di lasciare che venga emesso. In questo caso non si può concludere di essere in presenza di un atto automatizzato, poiché è intervenuta l’azione umana sul singolo accertamento, e quell’atto, per essere legittimo, dovrà essere firmato in modo autografo o digitale, ma non potrà essere firmato con una firma a stampa stante l’inapplicabilità dell’art.1 comma 87 L.549/95 a fattispecie che non rientrano in atti prodotti da sistemi informativi automatizzati.

La motivazione, quindi, se l’atto è firmato a stampa, dovrà essere abbastanza specifica da permettere al contribuente di capire e potersi difendere per assolvere alla previsione di atto adeguatamente motivato, ma comunque rientrare in casistiche incasellabili in automatismi del computer e non personalizzate dalla mente umana nel caso specifico, per non uscire dalla fattispecie della norma.

Per fare questo ultimo tipo di valutazione sulla motivazione, è indispensabile la conoscenza della fonte dei dati del procedimento informatico, dimostrando ancora una volta come tale indicazione, che è stata prevista dal legislatore come necessaria nella determina di livello dirigenziale, assuma una valenza tutt’altro che formale.

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Chi Sono

simona baseggio

Sono una Commercialista specializzata in difesa fiscale e finanza agevolata. Credo nel difendere i contribuenti e nel facilitare l’accesso ai fondi europei. Valuto l’efficacia della comunicazione e cerco l’equilibrio nella vita.

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