Simona Baseggio

Simona Baseggio

La Storia del Referendum in Italia: Un Percorso Tortuoso e Intrigante

Scopri la storia affascinante del referendum in Italia, un viaggio attraverso la democrazia diretta, le sfide politiche e i cambiamenti sociali. Un'analisi profonda dal 1946 ad oggi.

Il referendum è un mezzo potente di democrazia diretta, uno strumento attraverso il quale il popolo può esercitare la sua voce. In Italia, la storia dell’inclusione del referendum nella nostra Costituzione è un viaggio affascinante e tortuoso.

La decisione di includere l’istituto del referendum nella Costituzione italiana non è stata così semplice come potrebbe sembrare. Tutto ebbe inizio il 2 giugno 1946, con la nascita della Repubblica Italiana.

Durante l’anno e mezzo successivo, si tennero numerose riunioni e assemblee, suddivise in commissioni e sottocommissioni, per elaborare il testo della nuova Costituzione.

Nel corso di queste riunioni, emerse il dibattito sulla possibilità di includere o meno l’istituto del referendum.

Alcuni padri costituenti si chiedevano se fosse prudente dare uno strumento così potente nelle mani del popolo. Il ricordo va per esempio a Palmiro Togliatti che dichiarava di avere molti dubbi nel fornire uno strumento così potente al “Popolo Bue”. Questa preoccupazione diffusa dimostra l’enorme senso di responsabilità che era in quelle stanze. Non esistevano infatti precedenti concreti a cui fare riferimento. Pertanto, i padri costituenti dovettero inventare il concetto di referendum.

Dopo aver esaminato la pratica del referendum in altri paesi, come gli Stati Uniti d’America, la Svizzera e la Repubblica di Weimar, (situazioni o molto distanti dalla nostra realtà o casi non proprio da prendere ad esempio), decisero, piuttosto che consentire al popolo di proporre nuove leggi, di limitare il referendum in Italia all’abrogazione di una legge esistente. Questa decisione venne presa per equilibrare il potere dato al popolo con la necessità di mantenere un governo stabile. Per questo si è discusso circa la possibilità di abrogare solo leggi intere o la possibilità di abrogare anche parti di leggi, e questo fu escluso poiché abrogare una parte suonava come una soluzione di fatto per approvare una legge diversa.

Durante le discussioni, è emersa anche l’idea di escludere alcune materie dal referendum. Le questioni fiscali e di bilancio, ad esempio, sono state escluse perché si riteneva che il popolo non avrebbe mai votato a favore di un aumento delle tasse.

 Allo stesso modo, i trattati internazionali sono stati esclusi perché coinvolgono questioni delicate di politica estera che non dovrebbero essere sottoposte a votazione popolare.

Una questione molto dibattuta era se le leggi elettorali dovessero essere soggette a referendum. Alcuni costituenti, tra cui Umberto Terracini, presidente della Commissione dei 75, erano favorevoli a includere le leggi elettorali tra le materie sottoposte a referendum.

Tuttavia, se andiamo a leggere i verbali delle riunioni della commissione, questa posizione non ha prevalso e le leggi elettorali erano state escluse da quelle possibili da sottoporre a referendum (ossia erano state incluse nell’elenco delle escluse).

Nonostante ciò, il testo finale dell’articolo 75 della Costituzione dice il contrario, ossia non esclude le leggi elettorali dal referendum. Ma perché questo cambiamento tra quanto deliberato in commissione e quanto apparso nella Costituzione? La spiegazione data da Giulio Andreotti, uno dei padri costituenti, è che si riteneva implicito che le leggi elettorali non potessero essere abrogate attraverso un referendum. La verità forse fu un’altra… (ma magari se la volete sapere mi scrivete…).

Per la decisione generale se inserire o meno l’istituto referendario nella nostra Costituzione, nonostante le discussioni e le preoccupazioni, i padri costituenti hanno deciso per il sì, ma con la geniale idea di delegare a una legge successiva le modalità attuative, come previsto dall’ultimo comma dell’articolo 75 della Costituzione.

Questa mossa, apparentemente contraddittoria, nascondeva una strategia astuta: si garantiva il diritto al referendum senza però attuarlo immediatamente, in attesa che fosse redatta una legge apposita.

Questo stratagemma ha funzionato per più di due decenni!

Dal 1948 fino al 1970. Durante questo periodo, nonostante la presenza del referendum nella Costituzione, non fu possibile attuarlo a causa dell’assenza di una legge elettorale.

L’anno 1970 fu un periodo di grandi cambiamenti sociali e politici in Italia. I movimenti del ’68 e il fermento per le leggi più liberali, combinati con un desiderio crescente di partecipazione democratica, portarono alla promulgazione di una legge sul divorzio. Questa legge, tuttavia, divise profondamente l’opinione pubblica e i parlamentari, creando forti tensioni all’interno dei partiti politici.

In questo contesto, l’idea di attuare un referendum per decidere sulla legge del divorzio prese piede.

Immaginatevi giorni, dopo la legge sul divorzio, durante i quali Fanfani e gli altri dirigenti della Democrazia Cristiana venivano convocati da Papa Paolo VI per dare spiegazioni su come fosse stata possibile una simile “assurdità” da parte del Parlamento italiano.

Trame degne di grandi film.

E la DC che pensa che sia questa l’occasione di tirare fuori dal cappello una legge per rendere effettivo il diritto al referendum, nella speranza che il popolo riparasse una situazione che non erano stati in grado di non far degenerare.

Non fu un’azione motivata dal desiderio di dare al popolo un mezzo diretto per esprimere la sua volontà, ma piuttosto un tentativo di fermare una legge considerata controversa da una parte significativa della società e della classe politica.

Questa decisione, però, non fu senza ostacoli. Il potere del referendum come strumento di democrazia diretta fu subito evidente, tanto che nel 1972 le Camere furono sciolte nel timore delle possibili ripercussioni del referendum sul divorzio.

Dopo un lungo dibattito e molteplici cambi di governo, il referendum fu finalmente indetto nel 1974, segnando un importante momento nella storia della Repubblica Italiana.

Il referendum sul divorzio del 1974 fu il primo nella storia della Repubblica e segnò un momento di svolta importante, fu un momento di grande tensione politica e sociale, con un paese spaccato in due tra favorevoli e contrari. Il risultato del voto confermò la legge sul divorzio, con una chiara vittoria dei “no” all’abrogazione e quindi a favore del mantenimento della legge.

Da quel momento in poi, l’istituto del referendum ha assunto un ruolo sempre più importante nella vita politica italiana, diventando uno strumento fondamentale di partecipazione popolare e di democrazia diretta.

La storia del referendum in Italia ci insegna quindi come, nonostante le resistenze iniziali e le difficoltà di attuazione, un diritto sancito dalla Costituzione possa diventare un elemento fondamentale della nostra democrazia. Ci ricorda anche come importanti cambiamenti sociali, come l’introduzione del divorzio, possano essere portati avanti nonostante le resistenze e le contrarietà di una parte della classe politica e della società.

Se solo ultimamente non ci fossero problemi di quorum…

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Chi Sono

simona baseggio

Sono una Commercialista specializzata in difesa fiscale e finanza agevolata. Credo nel difendere i contribuenti e nel facilitare l’accesso ai fondi europei. Valuto l’efficacia della comunicazione e cerco l’equilibrio nella vita.

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